WESTERN STARS

Il rock è morto, viva il rock. Non si può più negare come il rock non sia più la narrazione generazionale che era fino almeno ad inizio secolo. Rap, hip-hop, trap, elettronica varia e soprattutto pop (e non pop rock, badate bene) l’hanno sostituito come linfa vitale della liturgia giovanile. Anche per questo il nuovo album del Boss è da tener caro. Perché è un disco di quelli di una volta, di quando c’era il rock. Un disco fatto come un film, con una storia, una valenza letteraria e cinematica assoluta. Una riflessione sul tempo, fatta da un ormai settantenne che parla dei soliti “tramps like us born to run” ma che sono invecchiati anch’essi. Come noi. Come il rock appunto. Un viaggio che inizia in autostop con “Hitch Hiking” e termina in quel “Moonlight Motel” che tanto ricorda un altro posto per viandanti dell’anima, che era in fondo alla strada solitaria e si chiamava “Heartbreak Hotel”.
In mezzo, racconti di comparse televisive oramai patetiche, di stunt man e bar notturni, di tramonti che son metafore di altre fini e di voglia di sole.
“You know I always loved a lonely town/ Those empty streets, no one around/You fall in love with lonely, you end up that way/Hello sunshine, won’t you stay” dice “Hello Sunshine”, il primo meraviglioso singolo che pare uscito dalla penna di Jimmy Webb e ricorda anche che c’è molto da fare perché “No place to be and miles to go/But miles to go is miles away”.
È un disco triste questo “Western Stars” ma che scalda l’animo.
Acustico, intimo, sebbene con aperture a volte da Broadway.
Lento e pacato, ma con pugni in pancia che lasciano senza fiato.
E soprattutto è sia lontano da Bruce che quintessenzialmente Bruce.
Non è Nebraska e nemmeno Darkness, e forse nemmeno un capolavoro.
Ma è un grandissimo album, di un grandissimo artista, che esce quando serviva come l’aria un disco così.
Un disco rock, di quelli di una volta.
Di quelli di Springsteen.

VOTO: 8,5

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