UN TUFFO NEL RENO

Robert Schumann era un visionario, e di visioni visse e morì, tragicamente. La musica è già di per se una visione, un collegamento con l’eternità, un flusso d’ispirazione che unisce demiurgo e creazione. E la visione nella testa di Schumann era forte e strutturata. Musicista e scrittore, critico, talent scout, letterato, intellettuale, maestro del romanticismo. Robert Alexander Schumann è un caso lampante di come la fragilità nervosa prenda origine da un “sentire” troppo le profondità dello spirito e l’enormità dell’afflato di natura e anima che popola l’arte e la vita tutta.

Robert è il quinto e ultimo figlio di August Schumann, libraio, autore e traduttore di Lord Byron. Nell’anno della sua nascita (8 Giugno 1810), il padre fu colpito da disturbi psichici mentre la madre, musicista e cantante, soffriva di depressione per la perdita, in tenera età, della figlia Laura.
Non serve essere psicoanalisti per capire che il dato è fondamentale e che segnerà indelebilmente il futuro del musicista: alla sua nascita, nel fantasma materno, il posto che lo accoglie è quello lasciato vuoto dalla sorella Laura morta poco prima.

Nonostante questo (o grazie a questo) la musica di Schumann è l’esempio forse più viscerale del concetto stesso di romanticismo. Perduta a volte nelle nostalgie infantili, nei desideri di una vita ideale, si forgia sempre e comunque nell’ideale romantico della perfetta corrispondenza tra forma e intuizione fantastica. Coltissimo, profondamente legato alla poesia e alle concezioni filosofiche del suo tempo, Schumann subordinò spesso la sua ispirazione musicale a un movente letterario. Ma i fantasmi, nella sua mente, erano insopportabilmente presenti.

Il 27 febbraio 1854, il compositore, da giorni in preda alle allucinazioni, eludendo la sorveglianza dei familiari fuggì da casa sotto la pioggia, in pantofole e vestaglia, e si gettò nelle acque fredde del Reno. Salvato miracolosamente, chiese di essere rinchiuso nel manicomio di Endenich, dove morirà pazzo, due anni e mezzo dopo, perseguitato da visioni spettrali e da voci che lo accusano di non essere l’autore della sua musica. Di questo episodio è stato riportato un suo ultimo gesto, ovvero quello di dare in pegno il suo fazzoletto di seta al guardiano del ponte. Alcuni pescatori, che avevano notato il suo arrivo, quando lo videro saltare in acqua lo trassero in salvo con la barca riuscendo poi a trattenerlo quando tentò di nuovo di buttarsi in acqua. Il ritorno a casa fu molto probabilmente tragico, con Schumann trasportato da otto uomini e seguito da una massa di gente invero intenta a divertirsi a proprio modo (si era nel pieno del carnevale).

Psicologia, certo. Problemi irrisolti fin dall’infanzia. Drammi famigliari alla base della follia del compositore. Tutto corretto. Ma cos’è che fa si che un artista sia diverso tra i simili? Cosa impedisce ad una mente creatrice di essere calma? Cosa muove l’insofferenza e la malinconia nell’animo di chi è destinato a sentire tutto in modo a volte abnorme? Qualsiasi psichiatra può convincervi con cause ed origini, ma temo si chiami condanna, si chiami arte.

———————— BIS—————————–

Una sera Schumann e Wagner si incontrarono in un salotto e rimasero a lungo insieme.
Wagner, come al solito, sommerse il suo interlocutore con la sua logorroea.
Alla fine della serata Wagner commentò: “Schumann è un compositore interessante,
ma come persona è insopportabile. Sono stato tutta la sera a parlare e lui non ha detto una parola”

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