UGOLINO “MA CHE BELLA GIORNATA“

UGOLINO  “Ma che bella giornata”, singolo, pubblicato nella primavera del 1968.

POP & JOB #7

In Italia quando si nomina il genere “demenziale” i riferimenti son quasi sempre gli stessi.

Elio E Le Storie Tese di solito stravincono in citazioni, qualcuno (il più oltranzista) tira in ballo gli Skiantos, altri bravamente ricorrono ai ben più boccacceschi Squallor.

I soliti cattedrati si sdilinquiscono fino all’apologia con Jannacci e Rino Gaetano.

A noi piace star larghi, e farci accompagnare da folle esigue, quindi andiamo con Ugolino.

All’anagrafe Guido Lamberti, entra in scena mentre il mondo si rivolta e il novecento inscena il suo teatro barricadero.

La primavera del 1968 è ormai un luogo dello spirito, di una storia fattasi memoria quasi già mentre di sviluppava.

I Beatles in india, gli studenti francesi, la morte del “Che”, Martin Luther King, la primavera di Praga.

Il sessantotto diventa aggettivo.

Tutto questo mentre le nostre domeniche son scandite da un nuovo comico genovese, situazionista e non ancora Fantozziano che in “Quelli della domenica” (e qui la filiera Villaggio-Jannacci-Fazio è tracciata e con essa l’allure radical chic sinistrorso) presenta tra gli altri un personaggio stralunato con un nome tra la nobiltà decaduta e un vezzeggiativo anatomico: Ugolino.

Un beat quasi negroide (per noi almeno doveva essere così) e un’immagine sempre in bilico tra il farti ridere e il lasciarti come minimo perplesso.

“Ma che bella giornata” non può lasciar indifferenti.

L’attacco è il sessantotto del colletto bianco sconfitto.

A pensarci bene Paolo Villaggio nel lanciare Ugolino in realtà trova i prodromi della sua maschera futura.

“Mi sveglio al mattino e sento gridare, qualcuno mi dice ti devi sbrigare, in sette minuti mi lavo la faccia e prendo il caffe’ con un po’ di focaccia, mi infilo la giacca scendendo le scale, mi fermo un momento a comprare il giornale, sul tram affollato una donna si siede mi strappa i capelli e mi monta su un piede. Ma che bella giornata!”

Protagonista un impiegato apparentemente distante dai fuochi che divampano attorno a lui in quell’anno.

Vittima del sistema e numero tra i numeri.

Con un lavoro alienante e ripetitivo e la sola arma dell’ironia a salvarlo dall’abisso della consapevolezza di una vita inautentica.

Eppure tra le pieghe del disagio, il nostro ragioniere tipo, scorge sintomi evidenti di una civiltà decisamente distratta.

“arrivo in ufficio che sono distrutto, il mio direttore mi dice di tutto,montagne di carta, cambiali in protesto eppure la gente continua a far festa”

E’ la via italiana alle soluzioni.

Un ammassare polvere sotto il tappeto e il famoso guardare il dito che indica la luna.

Ugolino faceva ridere a denti stretti (come le barzellette sulla settimana enigmistica) mentre la storia con la S maiuscola che ci attorniava all’epoca, riempiva dibattiti e salotti buoni.

Ma a leggere le ultime parole di quel pezzo, vien da pensare seriamente che il “demenziale” Ugolino fosse ben più serio di molti altri sociologi della partigianeria.

“Mi infilo nel letto e dico a me stesso che forse domani non sono lo stesso il sonno che arriva mi porta conforto mi illudo che vivo invece son morto”

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