TURN OUT THE LIGHTS

Julien Baker ha realizzato un disco che si colloca come lavoro centrale di quest’annata e non solo, è un punto di riferimento per riflettere sui nostri tempi, senza essere un’opera partorita dal sentimento di zeitgeist. È anzi qualcosa di lontanissimo dal trend imperante. Julien sembra una Taylor Swift al contrario. Mentre la bionda della Pennsylvania va verso il mainstream pop, lasciando indietro sempre di più le origini country, e sfoggia muscoli verbali nel rivendicare la sua personalità e blah blah blah, la timida Baker giù nel Tennessee, parla sottovoce di Dio, del mondo, della malinconia e dell’inadeguatezza. Una chitarra, un pianoforte, poco altro. Una voce che sale e scende le parole di un diario aperto e di un dialogo interiore intenso e sincero fino in fondo. Un equilibrio stupefacente che riesce a non scivolare mai sul terreno di ipocrita sentimentalismo che pare essere la cifra di questi anni di decadenza. Ascolti Julien Baker e come un colpo in testa vedi la ragazzina indie-oriented che coverizza un suo brano e lo porta ad un’audizione di X Factor e lo fa paro paro, con uno struggimento tutto “generazione Radiohead” e i giudici che piangono perché si vede che la ragazza ha sofferto e poi brava è brava perché santo cielo un pezzo del genere lo ascolta e lo capisce solo chi ha spessore. Ecco, il colpo in testa ti arriva, ma poi ti passa. Perché Julien non scivola (l’ho già detto ma mi piace ripeterlo). Perché lei non recita, lei è.

“Turn Out The Lights” pare un’unica, lenta canzone. Vola via come solo i pensieri affastellati in un flusso di coscienza permeato di spleen e speranza. È la tradizione dei grandi trovatori chiusi nella loro stanza. Un mondo visto da dietro i vetri appannati eppur gonfio di gente, idee, amori e dolori, giusto un po’ più in qui, dentro al fiato che dipana melodie incessanti per i solchi. Quindi ecco la sofferenza “The harder I swim, the faster I sink”, l’esprit maudit “There’s more whiskey than blood in my veins”, le domande a Dio “Am I enough? Do I deserve to be here? Will I ever be OK?”, la consapevolezza della necessità di trovare la propria strada “My heart is gonna eat itself, I don’t need anybody’s help It’s just me, the vacant and nobody else” e la commovente richiesta di parità “Then why, then why, then why God why not me?”.

Julien Baker ha l’arma della visceralità. Non è mai esagerata, anche quando esagera. Ha il potere dei deboli, la fragilità del vero. Non sono canzoni perfette, non siamo di fronte ad una Joni Mitchell e nemmeno ad una Fiona Apple, per dirne due. No. Qui di perfetto c’è il clima, il messaggio, il lato buono di un’umanità in dissoluzione. “Turn Out The Lights” è musica e parole per destarsi dal torpore che ci circonda. Dal politicamente corretto, dalla paura di essere Cristiani, dal falso in bilancio emotivo. Tutto talmente fuori moda da diventare prezioso. Undici brani da custodire per i giorni freddi a venire. Che saranno sempre di più.

Voto: 8

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