TOM PETTY’S LAST DANCE

Tom Petty era una rockstar strana. Quella faccia e quei biondi capelli ad incorniciargli un viso poco nobile ma a suo modo romanzesco. Un donchisciotte con la chitarra, se guardiamo la figura sul palco. Un folk singer elettrico, che pare già classico ad inizio carriera e muore da classico consumato. D’improvviso, giovane (66 anni sono pochi santiddio) e vivo, come altri prima di lui, morti ancora vivi, ancora nel pieno di una produzione concertistica e compositiva che poteva e doveva durare di più.

Era un predestinato Tom Petty, ed ha rappresentato in sé la mitologia del rock americano quando diventa esso stesso (il rock) mito e leggenda. Nato a Gainesville, in Florida, è un ragazzotto senza grilli per la testa ma la leggenda lo va a trovare proprio in quell’angolo di mondo lontano dalle stelle e porta il nome di Elvis Aaron Presley. Tom lo vede, e la sua vita cambia. Il mito lo porta con sé. Debutta nel 1976 con un album che porta il nome suo e della sua band, gli Heartbreakers. E come altro avrebbe potuto chiamare il suo gruppo se non con un nome che rimanda ad una delle più incredibili canzoni del re del rock and roll? Leggenda e mito, ancora. C’è una fetta di storia americana bella grossa dentro la vita di Thomas Earl Petty. Dopo Elvis verrà Dylan e qui le cose si fanno serie perché non si tratta di adorazione divina ma di collaborazione terrena. Petty suonava (e sempre suonerà) una musica che era un ibrido tra richiami ai Byrds e una base solida di southern rock, a volte più pop, altre più sporca. Come per Springsteen anche per lui i paragoni con Bob Dylan all’inizio si sprecano ma Tom non è il boss, non ha quella carica messianica e quella foga assoluta, è più in disparte, più trovatore moderno che voce dei tempi.

“Gli Heartbreakers sono come una persona sola. Sono l’ultima grande rock band americana.” A dirlo fu mister Zimmerman, che aveva chiamato Petty e la sua banda a fargli da supporto in tour nel 1987 e di lì a poco i due suonarono assieme in quel miraggio fuori dal tempo che aveva nome “Traveling Wilburys” insieme a George Harrison, Jeff Lynne e Roy Orbison. Ho forse già detto che parlare di Tom Petty è parlare della leggenda del rock americano?

Lui, di suo, ha sfornato dischi grandiosi come “Damn The Torpedoes”, classici senza tempo come “Free Fallin’”, “Don’t come around here no more”, “Mary Jane Last Dance”, la meravigliosa “Refugee”, “Learning To Fly” o la perla “Even The Losers” in cui dice nel suo unico modo ironico ma distante che “anche i perdenti hanno fortuna qualche volta”. Uomo di rara onestà e coerenza, che in “Rebels” diceva di avere “un piede nella fossa e l’altro nel pedale”, non lascerà forse il mondo affranto ma si meriterebbe un commiato commosso più di molti altri, perché è stato un grande rocker americano e lo è stato dentro la tradizione del più grande rock del mondo.

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