THIN BLACK DUKE

Poi ci son le band come gli Oxbow. E i decenni come gli anni novanta in cui mischiare il noise con l’avanguardia era ormai prassi e pare incredibile ora ma conquistava larghissime fette di pubblico.

Come catalogare un gruppo come i Californiani? Come prescindere dalla voce spigolosa e angosciante di Eugene S. Robinson, uno che quando non canta fa il lottatore e sul palco spesso si straccia letteralmente le vesti? E diventa orco, poi lamento, poi strazio. E sempre strumento. Poi c’è la band, inclassificabile, disturbante, debordante, esagerata, larger than life. Gli inizi erano marcatemente heavy, decisamente noise ma non era tutto lì, e soprattutto non era tutta una sarabanda al servizio del cantato. Gli Oxbow han sempre inserito schegge di avanguardia, di sperimentazione anche colta, qualche spruzzatina jazz e classica. Una bizzarra commistione tra gli Shellac e Penderecky. E mancavano da dieci anni all’appello. Basta per essere curiosi? Direi di si.

“Thin Black Duke” rimanda nel titolo all’ormai fu David Robert Jones, ed è un ritorno col botto. Sin dall’inizio si capisce come lo iato sia servito a far sedimentare le forze che puntavano verso gli estremi. Il disco è sincretico, se non fosse un quasi ossimoro parlando degli Oxbow verrebbe da dire che è addirittura “misurato”. Ascoltate “Letter Of Note” che è tutto quello che si può dire del combo di Frisco in poco più di sei minuti. Le rudezze son solo apparenti così come i momenti di rilassatezza in una frenesia che a tratti ricorda il panico bianco degli Young Gods o degli At The Drive-In più cupi dell’abisso sostenuti da un Eddie Vedder in anfetamina. E ancora mi pare di non aver detto nulla. Come gli spieghi gli Oxbow? Prendete “The Upper”, che non pare ma vi assicuro essere una ballata e ci si sente qualcosa che pare ancora meno ma vi giuro somigliare a Tom Waits ed il tutto è però cacciato in una lavatrice di dolore che dopo l’asciugatura ridona una materia che ora è vicina alla follia, alla perdita del senno, o al canto ubriaco di chi si è perso, con la paura che un attacco feroce di ira possa arrivare a breve. Insomma, dei Black Heart Procession meno pessimisti ma più incazzati.

Mi rendo conto che mi sto servendo di troppi paragoni per spiegare un disco che non merita di essere filtrato così tanto da richiami “altri” visto che è un disco indissolubilmente Oxbow. E’ un viaggio da fermi. Una ferita che rimane aperta. Un requiem per un mondo in frantumi in cui questo strambissimo gruppo si trova a suo agio perché è esso stesso composto da frantumi, da frasi interrotte, da urla strozzate, da rabbie mai letali sebbene urticanti come mitragliate. Esiste una musica fuori da ogni canale, fuori da ogni etichetta, fuori da ogni orecchio spiaggiato nel suo desiderio di consolazione. E pensare che questo è ampiamente il loro album più “normale”. Per me il loro riassunto migliore in carriera.

VOTO: 8

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