SAKAMOTO, “ASYNC”

Ryuichi Sakamoto è un artista del mondo. Consolidato, riconoscibile, eppure di raro dinamismo, sincretico e curioso. Ha sposato elettronica, ricerca, avanguardia, pop e classica. I generi non si contano. Sakamoto è moderno e senza tempo. Ed è estetica purissima. E fragilità consapevole.

Ma veniamo al punto: “Async” è una delle opere migliori dell’intera carriera di Ryuichi Sakamoto.
Un viaggio di un’ora dentro al concetto stesso di esistenza contemporanea. Un percorso di assoluta intensità e al contempo di calibratissimo concettualismo. La biografia ne è materia fondante così come la storia recente, cronaca di cataclismi umani e di superamenti storici. La malattia che ha colpito il maestro giapponese è evidentemente un’influenza decisiva nei brani, ma il male diventa metafora di altri mali, dal terremoto ed il conseguente tsunami che devastarono la terra dei samurai nel 2011, al dolore crescente di tutto un pianeta sempre più chiuso nei suoi dubbi. Quel che ne esce è quintessenzialmente Sakamoto ma non solo. Ryuichi lavora come un pittore, il cui disegno è quasi facile, di subitanea comprensione e delicato tratto, ma che viene sporcato, quasi celato, da grumi di colore, di materia a volte quasi grezza, pesante, e per questo sottolineato, reso più importante dal suo stesso nascondimento. Le melodie sono dolci, romantiche e malinconiche. A volte vi è presenza di accennati contrappunti, in altri momenti il timbro viene lasciato puro in ampiezza e profondità. La tonale è sempre presente ma lo scarto è prodotto da quel che accade “fuori” dalla melodia. Rumori, micro-particelle elettroacustiche, suoni concreti, manipolazioni ambientali. Ecco spiegato il senso del titolo: l’asincronia. C’è la vita, l’intimità, l’anima, e poi c’è quello che ci capita mentre viviamo, ovvero la malattia, ma anche i “fatti” separati dal pensiero, la natura stessa, le risultanze dell’agire degli uomini, la politica, il presente che intercede per conto del caso. C’è David Sylvian che recita una poesia di Arsenij Tarkovskij. C’è soprattutto la voce di Paul Bowles presa dal finale del suo “Tè nel deserto” che narra della precarietà dell’esistenza: “Poiché non sappiamo quando moriremo finiamo per pensare alla vita come a un pozzo senza fondo, eppure ogni cosa accade soltanto un certo numero di volte, e un ben piccolo numero in effetti. Quante altre volte ricorderai un certo pomeriggio della tua infanzia?». Un disco straordinario. Un Sakamoto da conservare, come seguendo il filo di un lunghissimo soliloquio dell’anima.

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