ROBERT FRIPP

Robert Fripp ha settant’anni e tu un po’ non ci credi. Intanto perché Fripp giovane non lo è stato mai neppure a vent’anni e quindi il concetto di età associato a lui è sempre risultato fuorviante, e poi perché se invece fai lo sforzo di crederci ti accorgi di come quell’alchimia futuristica chiamata King Crimson sia anch’essa dentro ai meccanismi di un tempo che passa inesorabile. Fripp è l’esempio (forse per antonomasia) dell’intelletto applicato alla chitarra elettrica, della filosofia al servizio del rock, del cervello che prende il sopravvento su un corpo che rinnega il ballo a favore della meditazione. Ha influenzato intere generazioni di musicisti, ha spiegato il futuro ai media, agli scettici e ai reazionari rockettari, ha reso insopportabile la vita ai suoi compagni d’avventura che non a caso son spessissimo cambiati, ha pensato musica come pochi altri.

Chitarrista autodidatta, mancino, sceglie di suonare da destro perché “è la mano sulla tastiera quella che lavora di più”, e già qui uno capisce che personaggio sia sempre stato. Legge su una rivista che un gruppo cerca un tastierista che sappia cantare e lui, chitarrista che non sa cantare, trova più che logico rispondere all’annuncio. Fripp, manco a dirlo, entra in quel gruppo e in breve si impone e così nasce il nucleo di quel miracolo chiamato King Crimson. A risentirla adesso “21st. Century Schiziod Man” pare ancora scritta domani, ma è tutto l’universo Crimson a continuare ad allungare la sua cupa ombra su un certo rock, e pure un certo jazz se vogliamo. Fripp ne è leader, despota, ideologo. “King Crimson non è un gruppo, è un modo di vedere le cose”. Le sue frasi, condite da humor britannico e da uno sfoggio di cultura quasi pedante, diventano parte stessa del personaggio Fripp. Con Brian Eno (altro eccentrico e genio e compare del nostro) si inventa un modo per suonare la chitarra che in sostanza prevede l’uso di due bobine revox con una che registra e manda il segnale alla seconda così che si formi un loop in cui nota per nota si sovrappongono fino a formare una sorta di muro sonoro. Lui chiama l’invenzione “frippertronics” tanto perché non è autoriferito e descrive la cosa pressapoco come la trasposizione in suono dell’eterno ritorno nietzscheano. Siamo a metà degli anni settanta e lui prevede la fine del grande rock da “dinosauri” e parla di “piccole unità mobili ed indipendenti” che prenderanno il posto dei pachidermici gruppi allora imperanti. Di fatto anticipa sia il punk che l’indie rock. Si ritira poi in un centro di meditazione, studia il pensiero di Gurdjeef, dice addio al mondo ma Brian Eno dopo due anni lo convince ad uscire e tornare alla vita. Lui, ancora sottosopra, la prima cosa che fa è registrare le parti di chitarra per “Heroes”, provate ad ascoltarla seguendo solo Fripp, vi apparirà come un suo brano.

Dov’è il vero Fripp? Sicuramente nelle “frippertronics”, di certo nelle sinistre scale discendenti dei King Crimson, moltissimo nel suo essere maestro e guru per i chitarristi dei suoi corsi (li chiama “grafty guitar”), in gran parte nei suoi dotti scritti e nelle sue laconiche interviste. Ma Fripp è anche l’uomo con cui è impossibile lavorare, il dittatore col sorriso di Buddha, uno che suona nascosto dal pubblico, che medita due ore in una stanza buia ogni giorno suonando ininterrottamente scale sulla chitarra, uno che forma e riforma i King Crimson a seconda di presunti suoi motivi filosofici e di coerenza quasi antropologica. Forse il più vero Fripp si trova in suo album solista del 1979 “Exposure” (esposizione). Un disco che è una “frippgiornata” ed è straniante e geniale quanto il suo titolare. In mezzo un sacco di frasi del suo mentore Gurdjeef, schegge crimsoniane, pastorali di “frippertronics”, dialoghi presi dal mondo reale e una frase che spiega tutto: “è impossibile raggiungere uno scopo senza sofferenza”. Ma Fripp subito dopo fugge via. Ora ha settant’anni e rimane un enigma. D’altronde, come disse egli stesso: “le cose non sono mai come sembrano, sono meglio, e sono anche peggio.”

PUBBLICATO SU URBANPOST.IT 2016

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *