IO E BJORK

Bjork colpisce ancora. Utopia arriverà presto nei negozi e non me ne può fregare di meno. Non che ne me ne possa fregare di meno di Bjork ma insomma alla notizia del nuovo disco di Bjork il desiderio è di fare una recensione usando l’autobiografia visto che il disco c’è ma non serve a nulla. Non che il disco SIA il nulla. Il nulla non esiste, non lo possiamo concepire, il nulla non è nemmeno contenuto nel tutto, altrimenti esisterebbe. Ok mi fermo.

Però non serve a nulla. Eppure lei ha fatto, oh se ha fatto, tantissimo. E le sue bizze e i suoi sbuffi e suoi urletti e il suo essere amata da chiunque son sempre stati un fastidio sopportabile perché almeno fino a “Medulla” era pura gioia, sperimentazione, coerenza, coraggio, segno dei tempi. Era Bjork, al suo massimo. Poi arrivò il calo e l’inizio della maniera con l’eccezione di “Vulnicura” forse anche perché era un disco nato da sofferenze e noi sappiamo che un cuor leggero è meno attento.

Ma dicevo di questo album e di come vorrei raccontarvelo. Io l’ho conosciuta, la ragazza.Eravamo in Nuova Caledonia e lei doveva registrare una sua sinfonia per fossili marini. Ad un certo punto nel bel mezzo dell’assolo per vongole, il primo vongolista ha un infortunio. Potete facilmente immaginare la drammaticità del momento. Bene, io e lei ci guardiamo e subito capisco. Inutile dirvi che l’assolo l’ho poi eseguito io. Quella stessa sera ci siamo incontrati di nuovo mentre uscivamo dai bagni collettivi in cui si facevano le docce di vapore acqueo. Lei aveva un accappatoio fuxia con dei folletti rosa shocking che uscivano dal cappuccio. Mi ha guardato negli occhi (ancora) e mi ha detto “whtra ig hertyuj?”. Io subito ho capito che voleva offrirmi una fetta di torta di lava e gas caramellato (piatto tipico di Reykjavik) e ho gentilmente declinato.

Da allora non la sento più…

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