IN MORTE DI MORRICONE

È ormai consuetudine passare all’apologia post mortem e farsi trascinare dalle poche emozioni rimaste in questo paese. Un paese che palesemente legge meno, ascolta meno, guarda meno, pensa meno e che preferisce la comodità del “sentito dire” alla scelta personale di farsi un’idea critica solida e basata sulla conoscenza. La morte di Ennio Morricone non ha cambiato questo scenario popolare. Un attimo, non sto dicendo sia un sopravvalutato, non è questo uno scritto snob in cui si finisce col dire che la filosofia è finita con i pre socratici e che Bach scriveva manuali per studenti. No, anche se se ne potrebbe parlare. Morricone non è un sopravvalutato tout-court, è più banalmente uno messo sulla colonna sbagliata. Quella giusta è quella sonora, e non quella in cui sono elencati i più grandi compositori del novecento. Ecco dove sta il problema della santificazione morrriconiana: non è stato un grande compositore in senso lato, è stato un grande compositore per il cinema, che è molto diverso. Quando gli fu dato l’oscar per le (per altro normalissime) musiche di “The Hateful Eight”, il buontempone di Tarantino disse che Morricone stava “lassù nell’olimpo dei maestri con Mozart e Brahms” e si capisce che uno cresciuto a cultura pop possa confondersi. Quello che si capisce meno è come si siano confusi anche tanti critici nostrani. Non parlo della massa, quella ormai non distingue Elodie da Billie Holiday, in un ahimè massacro culturale causato (molto) dai media, dai social e dai talent. Tutto è concepito come difficile, e più qualcosa è “pop” (per una volta in senso dispregiativo) più è quindi assimilabile e finisce col diventare cultura alta solo perché “famosa”, in un parametro da follower e influencer che fa tanto moda quanto raccapriccio. Ma gli addetti ai lavori? Non ho praticamente letto un solo articolo in cui si provava a mettere nella giusta dimensione il lavoro di Morricone, era tutta un’enfasi retorica sui duelli nel west e l’italianità nel mondo. Comporre colonne sonore non è affatto fare arte minore, sia chiaro. La colonna sonora spesso sta al cinema come la musica lirica stava alla messa in scena ed al libretto d’opera. Esprime il melodramma che per altro noi italiani sentiamo più di chiunque altro e lo fa con una forza che arriva a tutti ed in questo è deliziosamente popolare in senso alto questa volta. Non è forse un’opera moderna “West Side Story” di Bernstein di cui tutti conoscono le musiche? È stato un film ma questo non sminuisce affatto il lavoro del grande maestro americano. Anzi, lui è stato uno dei più grandi divulgatori e che Dio lo abbia in gloria. Ma Morricone vogliamo dirlo che non vale un Nino Rota? Rota fu un compositore contemporaneo che faceva anche colonne sonore, Morricone l’esatto opposto e con risultati non dico inferiori in assoluto ma sicuramente diversi. Le partiture di Rota sono colte e complesse e orchestrate secondo crismi classici laddove l’Ennio nazionale dimostra sempre la sua matrice pop e a volte persino rock. Non bestemmio se dico che tra le cose migliori di Morricone ci metto gli arrangiamenti per “Sapore di Sale”, “Il Cielo In Una Stanza” e “Se Telefonando”. Grandissima classe. Ma il novecento, signori, è stato molto, moltissimo altro. Non entro nemmeno nei nomi altissimi del secolo scorso (Shostakovich, Messiaen, Stravinsky, Ligeti ecc..) ma mi fermo solo in Italia. Respighi, Nono, Berio sono altra cosa, altro pianeta, ma lo è anche un Fabio Vacchi, citando uno ancora attivissimo. La morale di questo prescindibile pezzo è che si deve studiare l’arte con piglio da storici e non con l’emozione degli attuali. E non aver paura sia lesa maestà chiamare le cose col loro nome. Ennio Morricone: compositore per il cinema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *