ECCO, I GRIZZLY BEAR, PER ESEMPIO

I Grizzly Bear son per pochi e per tutti. Per quei tutti che rimasero colpiti da “Two Weeks” e per quei pochi, come me, che ritengono sia invece con questo “Painted Ruins” che i Grizzly Bear han raggiunto l’apice della carriera. La scena di Brooklyn è stata talmente vasta e fondamentale che alla lunga il fatto sia lentamente scemata non ha intaccato l’imprinting che ha impresso su questo secolo ancora giovane. I Bears son probabilmente dei portabandiera un po’ scomodi del brooklyn sound, tanto son sghembi e inafferrabili. Ma tra le pieghe del loro comporre, si trova l’essenza passata al setaccio di un movimento tanto eterogeneo quanto mosso dallo stesso voler sincretizzare indie e folk, electro e art-rock. In “Painted Ruins” tutto arriva al suo punto massimo e va oltre, diventando qualcosa di altro, fuori dalla scena, avanti, o semplicemente da un’altra parte.

Ogni brano è talmente lavorato da diventare un ascolto che necessita attenzioni particolarissime. Mentre tutti van di corsa, i Grizzly Bear chiedono calma. Molti sono i riflessi prog, ma è quel prog puro, per cui il senso va inteso come sintesi, come musica totale. Allora è meglio chiamarlo pop totale, che ci capiamo. Ci son gli XTC e i Flaming Lips, c’è la psichedelia, c’è un manierismo barocco che incredibilmente non stanca mai. C’è il singolo dritto dritto per le radio (“Mourning Sound”) e ci sono i momenti jazzy e rococò, e tutto sta in piedi, sostenuto dalla batteria sempre più sfavillante di Christopher Bear, dagli impasti vocali senza tempo (tardi sessanta? vaudeville? polifonie classiche?). E i brani che ti sfuggono via quando pensavi di averli capiti ma hanno attimi memorabili e catchy come “Cut-Out” o “Neighbours” o “Losing All Sense”. Ma far titoli è giusto un vizio, anche se si parla di piccole perle. E’ l’insieme che conquista, la produzione, il suono, la tecnica, la capacità compositiva nettamente superiore alla media di un pop rock sempre più piegato in se che ha addirittura mostrato il fianco al r&b più commerciale che più di una volta si è rivelato migliore.

Ecco, i Grizzly Bear sono la riscossa del rock che oggi vive, non sopravvive. E’ un “funk pop a roll” per dirla con Andy Partridge. Per molti ha più pesi che leggerezze. Ma se cercate un antro sonoro fatto di musica scritta, di cambi di ritmo, di svolazzi pischedelici e melodie pure, di ritmiche affascinanti e colpi di scena, beh, avete trovato il vostro gruppo. Altrimenti ascoltatevi Noel Gallagher.

VOTO: 8

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