FIELD MUSIC “OPEN HERE“

I Field Music sono la band perfetta per il tè delle cinque, e “Open Here” è il loro pasticcino meno dolce. Per anni son stati chiamati “nuovi XTC” seguendo lo schema per cui se qualcuno non è paragonabile a qualcun altro allora quel qualcuno non è nemmeno spiegabile. Follie del troppo. E di troppo ce n’è in “Open Here” ma è un troppo talmente calibrato da apparire alla fine essenziale. Ci sono poliritmi, arrangiamenti orchestrali, svisate quasi hard, riff anthemici, tanto odore di prog, classicismo pop di quel pianeta ideale dove McCartney incontra Bacharach e compone con Brian Wilson. Troppa grazia.

I fratelli Brewis, da anni provano a spostare montagne con un dito, nella loro Sunderland lassù esposta al vento nordico. Eppur qualcosa lo hanno mosso davvero. “Measure” fu un piccolo capolavoro, il loro “English Settlement” per stare sui paragoni noti. E più recentemente “Commontime” scomodò passione vera tra illustrissimi come il mai abbastanza rimpianto Prince. D’altronde i ragazzi hanno un tocco raffinatissimo e hanno incamerato 50 anni di storia del pop come pochi altri. Aggirarsi tra i solchi di un album di Field Music significa passeggiare in mezzo alla crema dell’artigianato cantautorale inglese. “Open Here” chiude una sorta di percorso, e lo fa col piglio del disco maturo, studiato e decisamente politico. Il più politico della loro avventura.

“Open Here” è un’opera che riflette sulla perdita di fiducia nelle cose, nelle istituzioni e nelle persone. E lo fa sfoggiando l’armamentario del duo al completo. In una cosa di certo David e Peter Brewis ricordano i fantastici di Swindon: son talmente sopraffini da diventare per pochi. Il citazionismo mai fine a se stesso dei due, è per palati finissimi e Dio solo sa quanto sia sempre più arduo trovarne. Il disco è una sfida al mondo in quanto luogo che osserva l’isola britannica e ancor di più una sfida all’inghilterra che ha disgraziatamente sfidato il mondo e i due dicono chiaramente da che parte stanno. Con lo stupore di “Checking on a Message” in cui, tra accordi in diminuita splendidi si fan sfuggire un allibito “wishing it wasn’t true“ in quello che è forse il miglior pezzo dell’album. O in “Daylight Saving” che recita “We might get it back…not now, not yet”. C’è tempo per far tornare tutti con la mente sana ma bisogna farlo. Dietro alla brexit esiste una metafora dello scollamento inglese rispetto alla realtà dell’imbarbarimento dell’uomo medio, già di suo più vicino al bruto vichiano che ad un maître à penser. “Open Here” è in ogni caso innanzitutto grande musica. Dai sinfonismi alla Gentle Giant in “Time in Joy”, a “Front of House“ che tra ritmi programmati, archi, piano e voce, fa molto “Nonsuch”. I pezzi sono mediamente brevi, tranne il primo e l’ultimo e fanno di “Open Here” un Lp da ascolto antico, tutto d’un fiato, come una storia con un capo ed una coda. In mezzo ci sono perle come “Cameraman“ con un break chitarristico mozzafiato per tecnica e posizione, o gli intarsi sincopati di “Goodbye To The Country”, altro brano sulla deriva inglese. C’è quella take sugli anni ottanta (tra gli Yes di Trevor Horn e degli Hall & Oates in synth trip) che è “Count it up“. Non so se sia il loro miglior disco, rimango forse più affezionato a “Measure”. Ma l’appuntamento col tè in compagnia dei Field Music si rinnova in sapori e parole, ed è una gioia.

VOTO: 7,5

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