BRUNORI SAS

Essere cantautori in Italia significa da sempre essere cantautori dell’Italia, raccontare e cantare storie del paese, attraverso i suoi personaggi.
Raccantare si può dire? L’ho detto.
Brunori è di Cosenza ed è del 1977. Un anno intriso di grigiore anni settanta, di paura e terrore e bollettini di una guerra sociale anche parecchio politica. Quella sensazione di precarietà e di frustrazione ce l’hai nel DNA evidentemente se ci cresci in mezzo. Sarà anche quello. Sarà che Brunori pare arrivare da lontano e schiva facilmente le pietre rotolanti fango che cadono dai monti odierni. Ci senti dentro tanta Italia se ascolti Brunori. Prima delle parole parliamo della musica. Che poi è nazional popolare pure quella, detto col massimo di rispetto, in senso buono insomma. La lezione storica e immane di Battisti è stata imparata a menadito, pure quella del Dalla baciato da Dio nel lustro abbondante 78/83. Riconosci lo stile, la scuola, ti senti a casa da subito quando ascolti Brunori. C’è quell’enfasi spesso trattenuta ma palesemente presente, che sa di tradizione e popolo, che ricorda quanto possa scaldare una canzone. La forma canzone appunto è classicamente presa e riproposta in un copia-incolla quasi retrò ma mai di maniera.

Poi le parole.
Brunori è ironico, sempre. Ma quando fa ridere lo fa per non far piangere. Conosce l’ansia e la combatte con la risata, quella intelligente. Scivola su luoghi comuni “de sinistra” ma glielo si perdona perché è sincera buona fede, non è partigianeria. Non fa il cantautore col dolcevita Brunori. Non si accorge nemmeno di farlo il cantautore. Come tutte le persone serie, si prende poco sul serio. Ma usa parole serissime, anche e soprattutto quando sono ironiche. Non è voce politica, non è nemmeno voce di chi non ha voce o quelle menate lì. No. E’ l’unica voce che c’è. Avete presente quei discorsi noiosissimi sul votare il meno peggio e turarsi il naso e va tutto bene madama la marchesa? Ecco, nelle canzoni di Brunori non c’è meno peggio, non ci si tura nessun naso, c’è solo quello che c’è, le cose come stanno, e stanno spesso male.

Perché le cose oggi son liquide, come dice lui, e prendono forma dentro ai contenuti. E sono piene, pienissime di contraddizioni. Brunori non porta la sua verità, però porta verità.
“La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire, l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire. La verità è che non vuoi cambiare, che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più.“
Per lui vivere è come volare e ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere.
E la leggerezza, calviniana, pare il fulcro del suo discorso. Non già un “vogliamoci bene” melenso e stantìo, bensì una presa di coscienza che non cambierà forse le coscienze ma che cura il male col disincanto, medicina di rara profondità.

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