SI CHIAMAVA PAOLOROSSI

Si scriveva paolorossi, tutto attaccato, come fosse un marchio, anzi un simbolo, e così facendo avevi espresso un mondo e un’epoca. Poi se ci aggiungevi “pablito” ci mettevi l’epos eroico delle giornate argentine e spagnole, dove divenne la rappresentazione stessa dell’Italia nel mondo. Un Italia che aveva tanto bisogno di lui per uscire da anni nerissimi, in cui il terrorismo aveva sfiancato ogni resistenza. La tv, prima del mundial argentino, era ancora in bianco e nero, a causa di paradossali volontà politiche che vedevano pernicioso il colore, aggiungendo motivazioni economiche più o meno reali; ed era un bianco e nero che dipingeva lo squallore dei delitti, degli attentanti, dell’austerità di quegli anni. Il colore serviva come aria fresca, ed il campionato del mondo del ‘78 sarebbe stato il primo grande evento che tutti avrebbero visto come si vede la vita vera.

Quel ragazzino di 22 anni giocava a Vicenza e dico “a” e non “nel” perché era davvero un vicentino Paolo, e lo sarebbe rimasto per sempre. Vicentino era il suo spirito umile e popolano, il suo godere delle piccole cose della provincia anche dentro al suo essere giovane uomo, l’amare la ribalta ma sempre con quel understatement da persona per bene che non a caso poi si troverà un lavoro “vero” nell’immobiliare e anche questo aspetto è molto veneto, molto Vicenza. In Argentina il clima politico era ben peggiore dal nostro, con una dittatura che cercava nel calcio una legittimazione popolare e la “albiceleste” pronta come sicario di ogni regola sportiva. Pablito portò colore, vita e speranza in quel 1978 che prima era l’anno di Moro, il punto più estremo della follia brigatista. Ma il colore più fulgido, abbagliante e definitivo arrivò nel 1982 e lì davvero cambiò il mondo.

Tutto di quell’avventura in Spagna è letteratura. La storia è arcinota: il calcioscommesse, una squalifica quasi sicuramente ingiusta, il ritorno alla Juve, Bearzot che lo aspetta, le prime tre partite da fantasma in campo e poi l’espolosione col Brasile dei fenomeni. C’è tutto: riscatto, fiducia, amicizia, sacrificio… una favola moderna, una delle più belle di questo disgraziato paese. L’Italia cambiò drasticamente in quei giorni tra Barcellona e Madrid, e gli anni ottanta iniziarono lì, nel’82, non prima. E andare in giro per il mondo a dire che venivi da qui era sentirsi dire irrimediabilmente “ah, paolorossi!” e potevi addirittura dire che venivi da Vicenza, sensa usare la solita risposta “vicino a Venezia”, perché tanto Vicenza era paolorossi. Un uomo educato, colto, che trovavi in osterie o alle feste e che ora è nelle foto di mezza città ma mica come quando ti fai la foto col vip per glorificare il tuo ego e mostrarlo come trofeo, no, queste sono foto di famiglia, di un affetto vero tra lui e noi, tra lui e Vicenza.

La notizia della sua morte mi ha colto di sorpresa che la notte era appena iniziata ed è stato uno shock, come se davvero qualcuno fosse furtivamente entrato in casa tua a rubarti il baule dei ricordi. Non ci sarà un altro paolorossi, impossibile. Ma non perché non potrà esserci uno più forte di lui, ci mancherebbe altro, pablito era un predatore fenomenale da area, un Gerd Muller nostrano in un certo senso, ma non aveva la tecnica sopraffina di altri attaccanti, era umano anche in quello, con quei ginocchi malandati e quel suo modo di rapinare i palloni. Se c’è un motivo per cui non ci sarà mai più nessuno come lui è che pochissimi hanno rappresentato quello che lui ha rappresentato, quello che lui ha marchiato a fuoco nelle nostre vite. Un’era intera che aveva un volto, un sorriso, un nome: paolorossi.

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